Per conoscere le tradizioni del vero Matrimonio di Sicilia non c’è modo migliore di  farlo raccontare da chi, a quelle cerimonie c’era e le ha vissute.

Abbiamo deciso di intervistare la nonna Tanina, un’arzilla ottantatreenne che, tra un acciacco e l’altro, non demorde mai, con i suoi aneddoti e i suoi vaghi ricordi rendendo gioiosa la vita di chi la circonda.

L’intervista, ricca di “che ti offro?” e “ma non n’hai fami?”, ci ha dato la possibilità di rimettere insieme i ricordi e ricostruire quel momento tanto importante.

 

Allora nonna, siamo pronte?

Sì, à nonna proverò a ricordare più cose possibili, sono sempre passati quasi 60 anni.  Tu “parra fotti cà u sai cà non ci sentu bona”.

 

Sì, nonna. Possiamo iniziare. Quanti anni avevate tu e il nonno quando vi siete sposati?

Il nonno aveva 28 anni, io, invece 25. Se ci pensi, per quei tempi, ero già grande. Le ragazze si sposavano molto giovani per avere figli e non era come oggi: la donna non lavorava, non studiava e quindi si sposava.

 

Prova a ricordare il giorno del tuo matrimonio … tutto quello che ti viene in mente

Ricordo che era una giornata di novembre, faceva già freddo. A quei tempi, non si organizzava tutto come oggi o meglio, tutto dipendeva da quanto una famiglia era benestante: se stavi bene, si pensava al vestito, al locale per festeggiare e a tutto il resto, se soldi non ce n’erano si faceva il minimo indispensabile.

Noi, economicamente non stavamo benissimo, quindi avevamo prenotato la chiesa e invitato i parenti più stretti. Però, dopo la cerimonia religiosa, siamo riusciti a offrire il pranzo.

 

E dove siete andati?

Non pensare a quello che vedi in televisione, perché non potevamo permettercelo … e poi “ammia tutti sti cosi, non mi piaciuno. Io sono per le cose semplici”: siamo andati a casa!

Poteva essere quella dei genitori di uno degli sposi o quella di un parente che la metteva a disposizione. Si offriva un solo pasto, solitamente il pranzo con pietanze tipicamente siciliane poi, i parenti ritornavano la sera non per cenare ma per fare, come lo chiamate voi, aperitivo. Allora si disponeva una tavola con la “simenza”, “i biscotti dessert” e una bevanda fatta in casa e servita “cò cuppinu”, ma non ne ricordo né il nome né la ricetta.

 

Come si vestivano gli sposi?

Tutta la festa dipendeva dalla “fuitina”. In base a questo, il vestito della sposa cambiava. Se eri “fujuta”, compravi o ti facevi tu stessa il vestito - in quegli anni, sapevamo cucire e spesso i vestiti li creavamo noi. Si sceglieva tubino o tailleur, il colore non era mai il bianco, sempre con la gonna e mai i pantaloni e andava di moda indossare un cappellino, preferibilmente con la veletta.

Se invece, la ragazza non era “fuggita” con il suo sposo, il vestito doveva essere bianco, anzi bianchissimo, con il velo lungo e tanti merletti.

 

Cosa ti senti di consigliare a quanti decidono di sposarsi oggi?

Di non perdere il vero senso del matrimonio e mantenere le tradizioni. Certo, nà vota non era bonu, erano i genitori degli sposi a decidere tutto, oggi si è più liberi di scegliere e proprio per questo, consiglio a chi si sposa di essere convinto di fare questo passo, perché è un passo per la vita non una passeggiata di qualche ora. E poi manteniamo le tradizioni, tutto questo sfoggio, tutta questa voglia di apparire: la semplicità ha sempre vinto!

 

Fonte foto: pixabay.com

 

Maria Catanuso